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Mostra della fotografa italiana Paola Mattioli A cura di Antonio Ria Venerdì 4 aprile alle ore 19 presso «la fabbrica» di Losone (via Locarno, 43) si inaugura la mostra Tre storie di Paola Mattioli, curata da Antonio Ria. Sarà presente la fotografa italiana. L’esposizione si inserisce nel programma degli eventi e mostre d’arte de «la fabbrica», coordinati da Riccardo Lisi. La mostra presenta tre lavori inediti della fotografa italiana: Caffè Milano (del 1987), sei ritratti in bianco e nero; «Chiamami Stella» (2002), tredici immagini a colori; e Oroscopo, dodici fotografie in bianco e nero, serie realizzata espressamente per «la fabbrica». Accompagna la mostra il catalogo edito dalle Edizioni Le Ricerche di Lugano e curato da Antonio Ria, con tre testi che presentano le tre serie: rispettivamente della storica dell’arte Elisabetta Longari («Caffè Milano, 1987»), della scrittrice Daniela Padoan («Sul linguaggio materno») e del critico fotografico Roberto Mutti («Un gioco serio»). Dall’Introduzione di Antonio Ria: Paola Mattioli è da anni molto nota in Italia soprattutto per le sue rare ed originali doti di ritrattista, anche se sempre più si è allontanata dalla descrizione dei personaggi, per puntare ad organizzare intorno ad essi piuttosto un equilibrio di spazi, a renderli emblemi di un’epoca, a metterli in scena nella situazione sociale, fino a giungere – come ha osservato lo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle – a fotografare «la loro presenza-assenza». Non è quindi la strada del realismo che va perseguendo, neanche quando sembra praticare reportage di alta qualità. Intellettuale attenta da sempre all’arte e alla letteratura, arricchisce la sua ricerca fotografica di valenze altre, la percorre per sentieri trasversali. Le sue immagini richiedono perciò una «seconda lettura», perché in esse si celano significati non percepibili a prima vista, nascosti dietro metafore sottili e perspicaci. Sia nel ritratto che nel reportage cerca fin dall’inizio stratificazioni molteplici di senso. Non a caso il suo primo libro fotografico, pubblicato da Scheiwiller nel 1972 e dedicato a Ungaretti, ha per sottotilo Lettere a un fenomenologo e nasce come dialogo visivo con il filosofo Enzo Paci, col quale intanto lavorava sul concetto di «aura» in Walter Benjamin. Così, nella serie La traccia alienata, un reportage dall’Ospedale Psichiatrico di Trieste (1973-1977), le sue immagini forti, dure, registrano e proiettano – come ha ancora osservato Quintavalle – «il vuoto delle figure, delle persone, esponendo proprio l’assenza». La stessa «scenografia metafisica» è presente in un'altra sua ricerca, Rivisitando i lager, del 1985, sulla Risiera di San Sabba. E il discorso potrebbe continuare per Immagini del no, serie di una polifonica ricchezza narrativa (Scheiwiller, 1974), per Cellophane, del 1979, proprio sul tema del vedere, per Statuine (1985-86), ritratti che si rifanno al modello della scultura popolare degli anni Trenta, fino al recente Incantamenti, del 2001, lavoro anch’esso fortemente concentrato sui temi del linguaggio. C’è insomma nelle fotografie di Paola Mattioli un discorso emblematico, allusivo. Ed è sempre vigile in lei la consapevolezza – direi quasi etica, «politica» – della funzione del fotografare, del significato delle immagini: e quindi la consapevolezza quasi esasperata del «suo» fotografare, del senso che le sue immagini devono avere. Ecco allora necessaria la capacità – non puramente formale, ma essenziale a questo modo di fare fotografia o di essere fotografo – di una sapiente «messa in scena» nella costruzione delle immagini. Le scelte stilistiche vengono di conseguenza: non sono un fatto tecnico, dell’apparato fotografico, ma una primaria necessità concettuale. Così, la sua esigenza del racconto. Forse questa nasce anche dall’esperienza di lavoro con Ugo Mulas, suo primo maestro, che ha dato grande importanza alla forma della «sequenza». Paola Mattioli ha bisogno del racconto, non solo e non tanto della singola immagine. Ne ha bisogno perché il suo discorso è complesso e vuole essere il più possibile completo quando affronta un tema, un argomento. Non a caso ha scelto il titolo Tre storie per questa serie di racconti. L’estrema finezza stilistica, il suo «suggerire senza esprimere» (Quintavalle) introducono nella fotografia italiana un modo nuovo e originale di fare racconto per immagini, di scrivere storie con la fotografia. Tutto questo emerge coerentemente in quest’ultima fase della sua ricerca, documentata in questa mostra e nel catalogo che l’accompagna. Orari della mostra: lunedì-giovedì 10-19; venerdì 10-24; sabato 17-24 o su appuntamento: telef. 091.7914005. Per informazioni e richiesta di materiali: - Antonio Ria: telef. e fax 0039.02.86463326; cell. 0039.348.5601217; e-mail antonioria@libero.it - Jean Olaniszyn (Edizioni Le Ricerche): telef. e fax 091.7911344; cell. 078.8462097; e-mail jeanolaniszyn@ticino.com
coordinamento:
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