la fabbrica
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Nati in un fosso
evento: venerdì, 6. giugno 2003, vernissage: venerdì 6.6 h 6 pm
(fino a: sabato, 23. agosto 2003)

 

 

dialogo tra due artisti
di provincia: Enzo Cucchi
e Mario Giacomelli
a cura di A. Ria e R. Lisi

A partire da venerdì 6 giugno - con vernissage alle 6 di pomeriggio (il gioco di cifre è voluto) - e per tutta l'estate la fabbrica ospiterà le opere di due maestri dell'arte contemporanea: Enzo Cucchi e Mario Giacomelli.
L'idea di questa esposizione nasce da una conversazione che forse dodici anni fa ebbi con Mario Giacomelli nel piccolissimo studio, all'interno della sua tipografia minima-negozio bric-à-brac, nel centro di Senigallia. Anch'io provengo dalla sua cittadina: siamo della provincia di Ancona, come Enzo Cucchi. Gli chiesi cosa ne pensava proprio di Cucchi, e Giacomelli - la cui modestia e umiltà erano proverbiali - mi disse che quando dovette conoscerlo temeva di trovarsi di fronte un tipo che si credeva chissà chi, per via della notorietà già allora conseguita. Invece poi, quando restarono soli, si riconobbero come "entrambi nati in un fosso".
Giacomelli intendeva, credo, la comune origine provinciale - e proprio nella provincia "più provincia" d'Italia, ben poco connotata di un'immagine propria e forte, apparentemente media dell'eterogeneità delle realtà italiane e assieme in qualche modo mediocre, piattamente laboriosa e priva di voli di fantasia.
Il fosso dove l'acqua è talmente rada e quieta che par sempre la stessa.
E invece questa terra può stupire per una certa "poesia diffusa" - anche in forma creativa - fin nel popolino; per una persistente capacità di analisi del reale superiore alla frettolosità del vivere cittadino, e soprattutto per l'istintiva modestia (l'umiltà del "nascere nel fosso") e semplicità, anche comunicativa, del suo popolo. Aggiungo che i lombrosiani ritenevano che la dolcezza del paesaggio collinare marchigiano e del suo clima incidesse sulla psiche degli abitanti, donando a vari tra loro caratteristiche di genio creativo, ma anche potenziali manìe.

Giacomelli è il primo artista che io abbia conosciuto di persona. Con i lunghi capelli bianchi e una sobrietà quasi ascetica nei comportamenti, era l'artista per antonomasia, ma a Senigallia era anche necessariamente l'"artista del villaggio". Chiunque poteva conoscerlo, magari per parlare con lui di arte e poesia - la sua grande passione, dopo la fotografia e la moto che non riuscì mai a comprare - ammirare i suoi lavori ammassati nel piccolo studio e portarsene via qualcuno per pochissime lire. Senigallia - con i suoi 45 mila abitanti - già stava cambiando, ma nelle sue foto ci appare sempre un borgo di pescatori a ridosso della campagna, le cui case coloniche non sembrano litigare con i seri palazzi rinascimentali del centro. In uno di essi - casualmente lo stesso in cui era nato un uomo scomodo e discusso come Papa Mastai Ferretti, Pio IX - Giacomelli lavorava ed oggi davvero si sente la sua assenza, quando si lascia la lieve mondanità della "vasca" nel corso per notare che quella vetrina con le tazzine cinesi e, dietro, le vecchie macchine tipografiche più non c'è. E le sue foto in tutti i bar del centro son sommerse da cocktails e chiacchiere troppo leziose.

Cucchi è nato ed ancora si reca sovente a Morro d'Alba, piccolo borgo custodito dal suo castello, tra le colture che non sembrano mai interrompersi, da Senigallia sin alla città imperiale di Jesi.
A Morro la Scarpa è una splendida ed assieme modesta strada coperta - forse che Enzo Cucchi abbia attinto il suo linguaggio anche da questi paradossi paesani? Ai tempi io non lo conobbi, circolavano però leggende anche sul suo conto: l'artista che realizzava opere enormi ed incomprese in un hangar abbandonato nel porto di Ancona, dove spendeva tanto del suo tempo in diseguali conversazioni con il popolo più originale della città, i "portolotti" - pescatori e marinai - custodi di una fortissima identità dialettale e culturale già allora per me lontanissima.
Prima per l'uno, poi per l'altro, giunse la fama - per entrambi più che giustificata. E anche in ciò si somigliano - Cucchi e Giacomelli - hanno entrambi trovato fin dall'inizio l'"uovo di Colombo": un linguaggio artistico apparentemente semplice ed assieme incredibilmente forte e capace di comunicare a tutti. Entrambi si son permessi di modificare la realtà: Mario con i suoi mascheramenti in camera oscura - il "bianco che annulla", citando il regista e fotografo Claudio Adorni - Enzo, le cui tele son tutte un'epifania di mondi possibili con cui noi, poveri lillipuziani, inconsciamente sentiamo di poter un giorno entrare in contatto.
Due grandi artisti che dalla provincia hanno intrinsecamente guardato la città e il mondo, nelle sue convulsioni.
Ed a Losone, dentro le belle sale de la fabbrica il pubblico opererà un istintivo confronto con la locale provincialità del Locarnese, terra anch'essa di acque e di colli, un po' spaesata nell'incrocio tra epoche e culture differenti.

I 6 grandi olii di Enzo Cucchi - realizzati nel 2001 - conviveranno (e in questa dialettica estetica sta anche la nostra sfida: nessuno aveva mai tentato finora quest'accostamento) con venti fotografie appartenenti alla serie Puglia di Mario Giacomelli. Dei veri "classici" della fotografia d'arte, risalenti al 1958.
Antonio Ria ha curato la loro esposizione a Losone, come anche il bel catalogo appositamente realizzato da Edizioni Le Ricerche (Lugano) e comprendente anche testi dei critici Giacinto Di Pietrantonio, Michele Robecchi e Marco Tagliafierro; proprio in uno dei due testi di Antonio Ria ivi contenuti la serie Puglia così viene descritta:

"Veniamo a questa serie, realizzata da Giacomelli nel 1958 sul promontorio del Gargano, in provincia di Foggia. "Osservare queste immagini - ha dichiarato - è come leggere nelle pieghe degli uomini, nelle vene del paese; è sentire la corteccia della pianta, la fatica sulla terra, i suoni di festa, i giochi davanti alla chiesa, le vecchie mura assolate, la società e l'amicizia, lo svago sereno, la vita cerimoniale e religiosa, gli eventi, il prestigio e la vitalità che si riflettono sulla pelle di una civiltà".
Sono immagini che segnano l'approdo definitivo dello "stile Giacomelli". In esse, come ha anche osservato Germano Celant, compaiono per la prima volta i tipici bianchi slavati e vengono consolidate le tecniche che poi verranno utilizzate nelle serie seguenti, a partire da Io non ho mani che mi accarezzino il volto, la famosa serie dei Pretini, iniziata a Senigallia nel 1961: "forti contrasti, figure nero cupo che si stagliano sugli sfondi dal bianco bruciato". "La fotografia - conclude Celant - riferisce gli eventi con un'aderenza superiore ad altri mezzi, ci aiuta a capire gesti e sguardi, la dimensione del tempo che si intreccia con i ricordi, dove il passato diventa presente ma anche luogo d'incontro"".
L'immagine qui allegata "è forse la più nota della serie: fu anche utilizzata per la copertina di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. In questa, come nelle altre, la Puglia di Giacomelli è "una realtà brulicante di soggetti, e le immagini come stratificate - osserva Celant - ci mostrano un Sud antico e vitale.
Anni di immagini che diventano anni di storia di un paese"".

Un progetto simile merita certo una lunga apertura: sarà visibile fino al 16 agosto 2003; durante l'estate la fabbrica è aperta dal lunedì al mercoledì dalle 9 alle 22, il giovedì e il venerdì dalle 9 all'una di notte e il sabato dalle 16 all'una.
In questo progetto io e Antonio Ria abbiamo desiderato includere anche la proiezione de Il bianco che annulla, il film realizzato negli anni '90 dal regista ticinese Claudio Adorni e che ha come protagonista Mario Giacomelli, di cui è certo interessante vedere il modo con cui giungeva a creare le sue immagini.
Nati in un fosso è patrocinato da: Istituto Italiano di Cultura (Zurigo), Regione Marche, Provincia di Ancona/Leggere il 900, Comune di Losone, Comune di Senigallia e Comune di Morro d'Alba.

coordinamento:
Riccardo Lisi
ab./studio: 0039.0344.714041
mobile IT: 0039.339.3698311
mobile CH: 0041(0)79.2115069
e-mail: fond@lafabbrica.ch

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