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Lay Vision
evento: venerdì, 25. marzo 2005,
(fino a: sabato, 7. maggio 2005)

 

 

Visione laica. Fotografie di Giancarlo Pagliara. A cura di Michele Robecchi

Losing My Religion

La Basilica di Santa Sofia a Istanbul è probabilmente una delle esperienze più stravolgenti che una persona di fede religiosa possa affrontare. Concepita come chiesa cattolica da Giustiniano nel 500 e convertita a moschea in seguito alle burrascose vicende politiche e religiose che hanno caratterizzato la regione, è visibile oggi come museo ed esibisce parallelamente la sua storia fatta di iconografie cristiane e insegne islamiche. E' facile restare perplessi davanti a questo apparente sacrilegio, che mischia impudentemente i simboli di due visioni che sono andate incontro a secoli di guerre per imporsi una sull'altra. Eppure la volontà dell'uomo di avvicinarsi al suo creatore, indipendentemente dal percorso scelto, finisce col prevalere su ogni cosa, trasformando di fatto le aspirazioni illuministe dell'edificio in un'esperienza spirituale unica e quanto mai attuale nella sua conflittualità.
Una dinamica simile, a cavallo tra l'immateriale e il terreno, contraddistingue "Visione laica" di Giancarlo Pagliara, un viaggio fotografico nella dimensione religiosa di una società che ha intrecciato le sue vicende storiche, politiche e geografiche con la Chiesa Cattolica in modo indissolubile per quasi due millenni. Munito di macchina fotografica e di un occhio freddo ma non del tutto disincantato, Pagliara ha girato per le chiese di tutta Italia alla ricerca dei momenti più piccoli e quotidiani della fede, nel tentativo di coglierne le motivazioni più autentiche. Un'operazione ambiziosa, che se da una parte riesce ad evidenziare il significato e l'essenza della fede, dall'altra ne certifica con lucidità le debolezze e i limiti. La maestosità e il senso di soggezione che i luoghi consacrati solitamente emanano risultano quasi completamente assenti, scalfiti da un cupo bianco e nero che ne sottolinea invece la quasi totale umanità. Statue, mosaici e dipinti appaiono spogliati della propria aura divina, spostando il baricentro sugli sforzi intrapresi negli anni da mani e teste animate dalla fede per colmare il vuoto che li separava dalla comprensione delle cose.
Ma quello che si nota maggiormente, oltre alle fattezze tutt'altro che sovrannaturali delle icone rappresentate - come testimoniano ad esempio l'espressione vulnerabile di una Madonna o le anonime braccia di un Cristo in croce - è un forte senso di solitudine, condiviso sia dai cultori che dagli oggetti di culto, entrambi indifesi davanti al silenzio di un mistero più grande di loro. Pagliara riesce in questa serie nel delicato compito di misurarsi con l'iconografia religiosa, un argomento che riveste un'importanza primaria nella storia dell'arte, senza cadere nella trappola della propaganda o della provocazione, restituendola con rispetto e sorvegliato distacco all'attualità a cui oggi appartiene.

Michele Robecchi

coordinamento:
Riccardo Lisi
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