la fabbrica
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Summer Kids Training Camp
evento: mercoledì, 20. aprile 2005,
(fino a: sabato, 30. aprile 2005)

 

 

installazione di Andrea Dojmi, a cura di Riccardo Lisi.
evento SPAC-Spazi Per l'Arte Contemporanea
presso la Ferriera, via della Posta, Locarno.
Fino al 22 aprile performance prolungata.
finissage: 30 aprile h. 20.00

Ho filmato un lago artificiale.
Un lago artificiale, tra gli alberi, abetialtissimi.
L’acqua era verde celeste e brillava controluce, In ombra era blue-nero-verde profondo.
…Quello che vedevo era molto, molto simile alla scoperta dei 3 bambini di AIMREADY…un lago artificiale…l’acqua ha un colore bellissimo ma non vero… e si capisce che è profondo e pericoloso…”…toccata l’acqua con le mani, sentimmo quanto era fredda e capimmo così quanto era profonda…”
Le fronde degli alberi si muovono in luce, un’estate indiana al contrario. Il vento fresco che deve ancora portare l’estate…mentre quella indiana era…era un vento fresco che ancora portava l’estate e qualcosa che ancora doveva venire…sono 2 cose diverse…direi che nel mio caso era quasi una simulazione dell’estate indiana.
La luce è la stessa di ATLANTISSUMMER, la luce che entra nella stanza della clinica, nel 1969, le pareti celeste pallido che diventano bianche, le rifiniture in legno duro e pregiato o forse finto legno, comunque di alberi già allora in estinzione, alberi di paesi lontani e caldi.
La luce è esattamente la stessa di L.A. Los Angeles di “the swimming pool just for children”…i colori dei costumi, acqua con il cloro, il rosa dell’incarnato frazionato dal verde scuro della divisione e le voci mischiate ai tuffi.
I bambini d’estate cercano di affondare nell’acqua della piscina.
E così la luce era la stessa quando, in 3, fuggimmo dal campo estivo.
Non era facile correre via, in un prato verde immenso, con le tende al centro e il bosco ai lati…dovevi arrivarci al bosco e non oso pensare a cosa sarebbe accaduto se la nostra corsa non fosse stata coperta dal silenzio insopportabile del sole esagonale.
Poi, nell’ombra, al freddo-quasi-freddo, ancora a correre, potevamo correre tantissimo, finchè lo scuro tra gli alberi divenne-verde-blue-bianco. Era tutto in discesa, si intuivano le sponde, dall’altra parte,
e la fine dritta del lago, a destra, in fondo.
Un lago artificiale. Una diga enorme, all’improvviso, dall’altra parte non c’era più acqua, ma solo l’odore del cemento in ombra. Non ho mai provato così tanta paura. Io adoro quell’odore, l’odore del cemento in ombra.
E’ proprio la paura che ci piaceva e la scoperta era solo nostra.
3 era il numero perfetto, Ma io volevo stare solo con lei. Sorrideva in un modo pauroso…gli occhi erano come il lago, stesso colore e un sorriso pauroso che io non capivo…lo capivo all’inizio, all’inizio del sorriso, ma dopo diventava qualcosa di diverso…a me piaceva e faceva paura allo stesso tempo…mi piaceva. E così il lago e le cose che ci dicevano i grandi, al campo, quando parlavano della luce, della gioia, del regno dei cieli e delle regole nella comunità…mi facevano paura. Dicevano che non poteva esserci felicità fuori dal gruppo. Noi eravamo soli tra noi. Ci conoscevamo ma non parlavamo quasi mai, non ne avevamo bisogno, ognuno di noi sapeva tutto degli altri,ci conoscevamo…ma non era questo il piano della nostra percezione. “presentati, questo è il tuo nome e questo è il suo, andate a giocare, spiega al tuo nuovo amico la disposizione degli esagoni e dei rami”.
Senza parlare, in luce, mostravo l’educazione del mio gioco. Dovevamo essere felici. Lo eravamo. Dovevamo essere solo felici, niente altro, tutto qui.
Io avevo le mani giunte al sole e mi piaceva l’ombra verde-blue dei pini a creare strisce silenziose su di me, sul muro di mattoncini 1974, sulle persiane ocra. Eravamo felici e sotto un sole mai troppo caldo.
Non solo pini altissimi. Eucalipti. Gli eucalipti si muovevano al sole, il cielo verde-celeste come le maioliche in terrazza. Mia madre mi spalanca le braccia e mi parla piano, sorride pallidissima, ma la sua pelle è perfetta, perfetta così, tornata da un posto con uomini vestiti di bianco che ti vogliono bene e si curano di te tutto il giorno. Io non sentivo la sua voce, ancora adesso non la sento, vedo le sue labbra che si muovono, il vestito celeste pastello e il sorriso. Ero felice, ma volevo piangere per il fastidio, non capivo se fosse bello o tremendo.
Io mi ero abituato a giocare da solo con i gerani e a non capire se quell’odore fosse buono o no.
La diga faceva tanta paura, ma noi 3 non ne potevamo fare a meno, non più. Non potevamo neanche tornare indietro. Il cemento era lo stesso di certe chiese californiane…di cemento era lo spazio enorme dove mio fratello viveva, altrove, uno spazio enorme dove erano sospese aiuole triangolari enormi…lì c’erano piante verdissime, le uniche rimaste…mio fratello era invecchiato improvvisamente a causa delle radiazioni della nostra stella, sotto un cielo sempre bianco, sempre giorno, niente più felci, né ombra, né rivoli d’acqua dalle foglie grandi e spesse…coltivava le ultime che erano rimaste, eterno, sempre lì. Era come se io non ci fossi…mi poteva vedere, ne sono sicuro…
…i bambini non si curano di te, sei lì, va bene. Sorridenti ti parlano, ma senza voce e i sorrisi senza la voce sono paurosi…la presenza di tanta luce rende tutto ancora più sospeso e faticoso…ho fatto sogni così.
La diga non era finita…odore di cemento, grossi cavi di ferro che spuntavano un po’ dovunque dall’armatura, fili elettrici colorati, i quarzi rimossi e facili da trovare, anche troppi…non avevamo scoperto subito questa diga…avevamo camminato lungo la sponda, osservati da un gruppo di castori per niente simpatici…poi tutto sprofondava giù, in ombra, improvvisamente…non avevamo capito che l’acqua verde-blue non fosse vera…si, avevamo avuto subito paura…aver scoperto che fosse artificiale aveva aumentato la paura…la scoperta era coincisa con una leggera ma evidente crescita del nostro corpo…le ossa più lunghe…le braccia più lunghe e magre, la pelle più chiara e sentimenti strani quando ci guardavamo…avevo voglia di bagnarmi le mani con l’acqua gelida e di stringerti i polsi forte, di parlarti con la bocca vicino alla tua, parlarti forte e sentire l’odore della tua saliva…eri una bambina selvaggia, ti vedo ancora perfettamente, ti faccio male, i polsi gelidi, ma tu sei forte e ridi. Non hai mai pianto. Avevi il cuore di una bambina e il cervello di un bambino. Io sapevo che i castori costruivano dighe…poi scoprimmo che all’interno delle loro dighe in legno passavano tubi di colori diversi, acqua per raffreddare l’impianto, oppure le linee elettriche, tanti fili colorati….mi ricordo di un altro posto, ero molto più piccolo….un’industria chimica che colorava le acque di un bianco celeste irreale,”non fa male”, noi bambini facevamo il bagno e ci piaceva di più…i bambini sorridevano, ma senza bocca, né occhi…si erano adeguati…”…”o sei tu che non puoi vedere”…e tutto è di nuovo in luce. ma non puoi svegliarti, non stai dormendo, se qui davanti a noi, non ti sveglierai mai, sei tu a non avere bocca, occhi e naso, non NOI, noi siamo qui, per sempre e rideremo sempre, ci scambieremo forme geometriche colorate sotto al sole, qui è sempre, è uno spazio, per sempre.
Tu che sei più grande ti sei staccato dalla mia schiena, mentre io giocavo, trasparente, mi hai lasciato lì al sole e per la prima volta potevi vedermi da fuori…non potevi più tornare…ma io rimanevo lì…lo sono ancora lì-qui…ci sono ancora i quarzi a terra e con la terra, la cave di pietra bianca, il bosco davanti alla terrazza, le giacche a vento blue, rosse e gialle, la montagna senza alberi, la base spaziale con le antenne giganti, l’osservatorio solare, i gerani rosa, il balcone con le maioliche blue-lucide, il concorde, l’alluminio-tessuto usato per lo space shuttle, il campo estivo e le tende canadesi, le turbine per l’energia elettrica, la centrale con l’acqua celeste e calda del lago.
La diga è forse una delle ultime cose che tu-io abbiamo visto…mentre giocavo vicino agli altri bambini, emettendo il suono di camion enormi nel cantiere, mi sono sentito uscire dalla schiena, leggero e indifferente e mi sono visto continuare a giocare.
IO ho detto “Aimready”, sono pronto, soddisfatto di essere grande, più grande e cosciente, di avere responsabilità e risposta…era un passaggio…me ne resi davvero conto solo dopo…traducendo l’osservazione e vivendo di riflesso e non più di riflessi, vedendo da fuori, lasciando i bambini al sole, a giocare muti e scoprendo questa distanza che ci separava…LA DISTANZA DAL SOLE.
Capii che il tempo non è che spazio percorso.1,2,3,4. 4 estati.
Che sarebbe esistito tutto per sempre, ma senza ritorno.

testo di Andrea Dojmi

coordinamento:
Riccardo Lisi
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